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feb
05

“The beautiful Tenuta di Fessina, the site of an ancient lava flow, blocks of volcanic stone are used to build the retaining walls”.
By Quentin Sadler, Circle of Wine Writers

“(…) Altitude varies enormously here from 450m to 1100m above sea level and the eastern slopes enjoy much more rain than the other sides. This tempers the heat and dry conditions, so together with the height making it cooler and the rich mineral, volcanic soils this area is really good for white wine production. Certainly three of my favourite whites from the trip were grown around the village of Milo on the south eastern slopes of Mount Etna – if your Etna Bianco is  labelled Superiore then it can only come from Milo.

I really liked a great many wines from around here, but the whites led the pack for me – perhaps because they suited the cuisine so perfectly, but possibly because they were really very good. The secret weapon of the area is their own indigenous white grape called Carricante. It does not seem to be grown anywhere else, but it responds superbly to the local conditions to produce elegant dry white wines with high acidity and wonderful minerality – so can put the drinker in mind of Assyrtiko from Santorini.

My highlights:

Tenuta di Fessina 

This beautiful estate is the brainchild of Tuscan wine producer Silvia Maestrelli and Piemontese Federico Curtaz and is just 10 hectares pieced together by buying up old bush vine vineyards.

2011 A’Puddara

D.O.C. Etna Bianco

100% Carricante from 45 year old vines grown in Santa Maria di Licodia at the southern tip of the Etna park and on a southern exposure at around 900 metres and although I loved all the wines here, this was my favourite and the one that I actually bought. Unusually this was seemingly fermented and then aged for 9 months in large French oak barrels, these varied between 1 and 15 years old – leaning towards older and so neutral in taste – but oak does not dominate this wine at all, or detract from the minerality, acidity or tension, or not yet anyway. Perhaps the oak will shine through in a few years time, but I would rather have it now with a pristine, mineral feel to it.

Right now though it is taut, lean, stony and mineral with a thrilling citrus cut of high acidity to the palate and a touch of saltiness too. There is real richness to the palate as well which gives that lovely feeling of tension to the wine. I really really liked this and it went wonderfully with a superb dinner at the winery, the arancini were especially good – 91/100 points.

Tenuta di Fessina wines are available in the US through Winebow.

By Quentin Sadler

Quentinsadler – Sept. 2013 _ Tenuta Di Fessina, A' Puddara 2011 by Silvia Maestrelli

feb
03

Vuelvo al sur ogni volta che se ne presenta l’occasione. Il meridione mi vivifica, mi tempra e mi illanguidisce allo stesso tempo. Fare vino al sud è impresa ardua, per le caratteristiche particolari di questa terra meravigliosa su cui ho scelto di impegnarmi, l’Etna, ma la sua incandescenza mi rigenera ad ogni nuova vendemmia.  Desidero fortemente realizzare un vino che mi racconti bene, racconti della mia anima, della sua unicità, ad anime che sono altrettanto singolari.

:Silvia:

La passione per il vino. Nasce nella mia amata Toscana,  dalla mia famiglia. Un amore cresciuto da mio padre, durante la mia infanzia trascorsa a scorrazzare per dolci declivi in compagnia dei figli dei contadini della tenuta, giocando a nascondino nelle vigne a Petriolo, la mia azienda di Cerreto Guidi, nelle campagne in Provincia di Firenze. Proviene dalle ore di autentica gioia trascorse nel mio nido, una casetta costruita sopra una querce secolare, da dove adoravo ammirare la perfezione e l’armonia di lunghi filari di viti.  Una passione che viene dalla fortuna di aver giocato con i nicchi, come un vero pescatore di terra, anziché pettinare bambole. I fossili di Leonardo Da Vinci, i nicchi, così numerosi ancora oggi sulle colline sulle quali il Genio universale ha passato la fanciullezza, il Montalbano, dove queste conchiglie dalle mille forme donano al vino una finezza e un’ allure tutte speciali.  L’amore per la cipria nera di Tenuta di Fessina  è frutto di un vero colpo di fulmine. Ne sono caduta vittima al momento giusto. La mia curiosità, l’esperienza e la consapevolezza ormai maturate, la passione travolgente per il vino, mi hanno consentito di scoprire, al momento opportuno,  una realtà straordinaria come l’Etna.

Torno al sud come si torna sempre all’amore
torno da te con desiderio e con timore
porto il sud come un destino dentro al cuore
sono del sud come il respiro del bandoneon
sogno il sud immensa luna primo dolore
io cerco il sud in ogni sguardo in ogni colore
amo il sud con la sia gente la sua dignità
sento il sud come il tuo corpo nell’intimità
torno al sud come si torna sempre all’amore
torno da te con desiderio e con timore
amo il sud con la sua gente le sua dignità
sento il sud come il tuo corpo nell’intimità
ti amo sud ti amo sud ti amo sud.

feb
02

TRE BICCHIERI, Il settimanale economico del Gambero Rosso.
Anno 5 – n. 4 – 30 gennaio 2014.

A cura di Andrea Gabbrielli.

A 10 anni dalla scomparsa, Tre Bicchieri ricorda l’enologo, giornalista e scrittore che si definiva un “uomo dato alla gola” e che ha gettato le basi della moderna critica enogastronomica.

Dal 2 febbraio in tutta Italia una serie di eventi per ricordarlo. 

“Era il 1956 quando Luigi (Gino) Veronelli scriveva “L’agricoltura e il turismo sono le armi migliori per lo sviluppo e l’affermazione della nostra Italia”. Un’idea decisamente controcorrente considerando il pieno boom economico (1953-1963) cioè quel veloce sviluppo industriale che trasformò l’Italia, il suo modo di vivere, le abitudini, anche alimentari, della popolazione e modificò per sempre l’aspetto delle città, del paesaggio, delle campagne. Quarant’anni dopo, nel 1966, Veronelli sarebbe di nuovo tornato sull’argomento precisando che “L’agricoltura di qualità e il turismo di qualità sono le armi per lo sviluppo della nostra patria”. Gino, in questo come in tanti altri temi, è stato un antesignano, un intellettuale a tutto campo, ricco di intuizioni, uno straordinario personaggio ricco di umanità, e di contraddizioni, capace di vedere lontano. I suoi pensieri sul turismo e sull’agricoltura, infatti, hanno del pionieristico se collocati nel contesto storico in cui sono stati enunciati. Ma d’altra parte il suo grande fascino era dovuto al fatto che nella sua vita, non hai mai smesso di essere curioso e attento a cogliere le novità.

La sua scelta dell’anarchia, mai rinnegata nel corso della vita, andava perfettamente d’accordo con quel suo modo di essere, giornalista con la schiena dritta, scrittore raffinato, affabulatore e comunicatore di rara efficacia.

Veronelli intendeva il suo ruolo di giornalista: non commentatore e giudice di un prodotto ma – non bisogna mai stancarsi di ripeterlo – creatore di un mondo universo”, scrivono Gian Arturo Rota e Nichi Stefi nel volume Luigi Veronelli – La vita è troppo corta per bere vini cattivi (Giunti e Slow Food Editori). Un mondo universo che ha permesso ai tanti suoi lettori di conoscere, vini, oli, prodotti alimentari, ristoranti e tanti straordinari personaggi, dal Marchese Mario Incisa della Rocchetta (Sassicaia) al Principe Alberico Boncompagni Ludovisi (Fiorano), da Ezio Voyat (Passito di Chambave) a Giuseppina Perusini Antonini (Picolit), da Lino Maga (Barbacarlo) a Federica Soldati (Gavi La Scolca) e tanti altri ancora. I Cataloghi Bolaffi dei vini, a partire dal 1969, hanno anticipato e indicato una strada alle guide dei vini che poi sarebbero nate alla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo. Ma la sua produzione nel campo del vino è stata davvero straordinariamente ampia. Intere generazioni di lettori sono entrati in contatto con concetti come “vino contadino”, “cru”, “barrique”, “giacimenti gastronomici”, “de.co”, con una peculiare interpretazione della terra e del mondo dei vignaioli che ha permesso di costruire e di sviluppare le conoscenze, alla base della moderna critica enogastronomica. Conoscenze sviluppate in tanti modi, con pubblicazioni, riviste (Panorama, Espresso, Capital, Domenica del Corriere, Il vino, L’Etichetta, Ex Vinis, collane di libri come I Semi, dedicata ai grandi vignaioli e poi trasmissioni televisive: dal 1971 al 1976 Colazione allo studio 7 e A tavola alle 7 su Rai1 – quelle di oggi sono solo pallide imitazioni – oltre a Viaggio sentimentale nell’Italia dei Vini, su Raitre, una vera e propria pietra miliare per lo stato dell’arte del settore. Gino nel 1966 aveva scritto per Feltrinelli uno dei suoi libri preferiti “Alla ricerca dei cibi perduti – Guida di gusto e di lettere all’arte del saper mangiare”. Non più ristampato era da molti anni introvabile. Nel 2004 l’editore DeriveApprodi l’ha riproposto “per restituire alla lettura un suo classico, perduto, e ricordare a un autore la fama che merita”.

Seppur scritto e pensato per i lettori del secolo scorso, risulta indispensabile per capire il suo ruolo nella cultura materiale del Novecento. Non ha mai avuto paura di prendere posizione nette e né tantomeno di tirarsi indietro. Valga per tutti il ricordo del 19 Settembre 1980 quando ad Asti, dopo un suo intervento ad un comizio di vignaioli esasperati per i bassi prezzi delle uve, i manifestanti occuparono la stazione ferroviaria. Imputato per “blocco stradale aggravato”, fu poi successivamente assolto. Negli ultimi anni il suo carattere più “politico” che per molto tempo sembrava quasi assopito, era balzato fuori con prepotenza: spiazzando tutti aveva iniziato un fitto confronto con i giovani dei Centri Sociali con i quali aveva promosso Terra e libertà/ Critical wine. Questa, come altre iniziative “movimentiste” che aveva intrapreso nel corso della sua vita per la difesa dei diritti dei più deboli, davano la misura non solo della sua unicità ma anche della sua capacità di “sentire” e di interagire con gli altri. Ma era anche il suo modo di “festeggiare la vita” con ironia. Non a caso si definiva “uomo dato alla gola, e a tutti i piaceri sensuali e mondani”. Nel 2014 ricorrerà il decennale della sua scomparsa celebrato con un fitto calendario di incontri che ricorderanno la sua vita e suoi contributi. Costruire una memoria condivisa, è importante per chi facilmente dimentica. “Io sono una quercia spinosa che ha dato buone ghiande”. Grazie davvero di tutto, Gino”.

Iniziative dedicate alla sua memoria.

In occasione del decennale della morte di Luigi Veronelli è stato costituito un Comitato, diretto dal professor Alberto Capatti e attivo sino al 31 dicembre 2015, per favorire un programma di iniziative dedicate alla sua memoria.

Si inizierà il 2 febbraio (giorno della sua nascita) a Bergamo, con la serata “Il vino è il canto della Terra” nel Teatro Sociale in Città Alta. Il titolo deriva da un celebre aforisma “Il vino è il canto della terra verso il cielo” che l’intellettuale lombardo scrisse su un sacchetto per il pane. Sul palco, a ricordare l’uomo, l’enologo, il giornalista e lo scrittore Veronelli, si alterneranno Alberto Alessi, Piero Antinori, Gigi Brozzoni, Alfonso Iaccarino, Diana Lenzi, Gianni Mura, Giannola Nonino, Omar Pedrini, Carlin Petrini, Sara Porro, Nichi Stefi.

Il 3 febbraio, invece, sarà lanciata la piattaforma web che conterrà tutte le indicazioni e le iniziative presenti nel calendario del Comitato.

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_ “Monte dei morti”; particolari morfologie su un mega-tumulo di lava, sui campi lavici dell’eruzione etnea del 1614-24, nei pressi della Grotta del gelo_

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Ritorno consapevole alla terra (Gino Veronelli) anche per generazioni più giovani.
Winelovers a Tenuta di Fessina: da Londra, Brendan e famiglia.

Foto di Natalie Milano

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Alla memoria di un gran signore, dal corpo esile ed elegante, lo sguardo austero, il sorriso delicato. Ricorderemo sempre la sottile grazia, celata dietro la ritrosia, del sig. Ignazio Musmeci, scomparso qualche giorno fa. 
Che la terra che ha tanto protetto le sia lieve, sig. Musmeci. 

Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembravami in verità un amico troppo necessario a volte uggioso e dispotico che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi e tirarvi dentro il suo antro affumicato per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida accarezza graziosamente per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffitto m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto”.

Dalla novella “Nedda” di Giovanni Verga

Inizia il racconto delle vigne di Contrada Rovittello citando Verga  a memoria, questo galantuomo siciliano colto e gentile.

Il sig. Ignazio Musmeci, insieme a Nino Farfaglia e ai suoi avi, è colui che non ha mandato i vigneti in fumo sull’Etna, preservandone il valore paesaggistico, storico e culturale, nonché economico. Piuttosto,  ha conservato e coltivato gli alberelli con cura, tanto da permettere a Tenuta di Fessina di lavorare, oggi, viti ultracentenarie.

Il sig. Ignazio e Nino sono legati da stima, fiducia e affetto reciproci, che si avvertono palpabili nell’abbraccio che si scambiano davanti l’obiettivo di chi, forse un po’ indiscretamente, intende raccogliere i loro ricordi di famiglia. Perché di questo si tratta, di un legame, quello tra la famiglia Musmeci e la famiglia Farfaglia, che va al di là dei rapporti professionali tra il proprietario della tenuta, che in origine contava ben dieci ettari vitati, e il suo fattore.

Ignazio Musmeci, impeccabile nella sua grisaglia, ci accoglie generosamente, in compagnia della moglie e delle figlie, nell’abitazione di Catania,  dove si è trasferito negli anni Sessanta dopo che la famiglia Musmeci ha lasciato Castiglione di Sicilia, suggestiva cittadina etnea, gli stucchi della cui Basilica della Madonna della Catena, finanziati dalla famiglia del sig. Musmeci nel 1911,  ricordano ancora oggi la grazia ricevuta: la colata dell’Etna si arrestò a pochi metri da Rovittello, risparmiando le vigne di famiglia dalla distruzione della lava.

“(…) . E in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito la fiamma che scoppiettava troppo vicina forse mi fece rivedere un’altra fiamma gigantesca che avevo visto ardere nell’immenso focolare della fattoria del Pino alle falde dell’Etna. Pioveva e il vento urlava incollerito;le venti o trenta donne che raccoglievano le olive del podere facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al fuoco; le allegre quelle che avevano dei soldi in tasca o quelle che erano innamorate cantavano; le altre ciarlavano della raccolta delle olive che era stata cattiva dei matrimoni della parrocchia o della pioggia che rubava loro il pane di bocca. La vecchia castalda filavatanto perché lalucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla; il grosso canecolor di lupo allungava il muso sulle zampe verso il fuoco rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi nel tempo che cuocevasi la minestra il pecoraio si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe e le ragazze incominciarono a saltare sull’ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata mentre il cane brontolava per paura che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente e le fave ballavano anch’esse nella pentola borbottando in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando le ragazze furono stanche venne la volta delle canzonette: – Nedda! Nedda la varannisa! – esclamarono parecchie. – Dove s’é cacciata la varannisa?- Son qua – rispose una voce breve dall’angolo più buio dove s’era accoccolata una ragazza su di un fascio di legna”.

 

Conversando amabilmente, affiora, affettuoso e indelebile, il ricordo della nonna di Nino, energica contadina che sapeva – eccezionalmente per quei tempi in Sicilia – leggere, scrivere e far di conto, colei che ha avviato il piccolo Ignazio al piacere delle novelle e delle storie dei Paladini  narrate al canto del fuoco. Ed i ricordi della famiglia Musmeci divengono immediatamente i ricordi della famiglia Farfaglia. Per oltre un secolo, il nonno Antonino, il padre Giuseppe e il figlio Nino camminano fianco a fianco  alla stirpe dei Felsina/Musmeci: Michele Felsina, grande proprietario terriero di Castiglione di Sicilia scomparso nel 1930, lascia le vigne di Rovittello alla sorella Agostina Felsina che, a sua volta scomparsa negli anni Quaranta, lascia in eredità i terreni alla madre di Ignazio Musmeci, la nipote Giovanna, di origini aristocratiche.  Dopo il padre del sig. Ignazio, Arcangelo Musmeci, di una nobile famiglia di Acireale, amministrerà i vigneti di Rovittello il giovane Ignazio. Contemporaneamente, l’intera famiglia Farfaglia è impegnata nella conduzione delle vigne: Nino rammenta antiche vendemmie con squadre di cento vendemmiatori impiegati nella raccolta dell’uva di dieci ettari. Quattro o cinque giorni autenticamente di fuoco, nei quali le ceste colme di grappoli di Nerello Mascalese, Cappuccio, Minnella, Carricante – antiche varietà autoctone da sempre mescolate nei vigneti etnei – viaggiavano tra gli alberelli portate di testa in testa, e durante i quali la priorità di tutti consisteva nella salvaguardia del raccolto, insostuibile risorsa  per la sopravvivenza di intere famiglie di queste terre ricche di contraddizioni alle falde dell’Etna. Un impegno della famiglia Musmeci e dei fattori Farfaglia che si è sempre mostrato rigoroso, ricorda Nino, sin dalla cura con cui i trattamenti in vigna sono stati eseguiti.  Un buon raccolto – ed il suo prodotto finale, la qualità del vino – inizia dalla cura della terra, da una buona coltivazione. Questa la lezione di chi, sull’Etna, ha conservato il patrimonio di vecchi vigneti.

Solo quando si è capaci di “seguire l’ordine della natura, la via della natura, il tempo della natura, il disegno della natura” , ossia solo quando si è capaci di adeguarsi alla corrente dei fenomeni naturali, considerando l’uomo non come qualcosa di alieno ed opposto ad essi, ma un’integrale caratteristica del processo del mondo, si riesce a sciogliere la contraddizione uomo-vulcano.

Il Principe Fabrizio del Gattopardo racconta la Sicilia come la terra dei forti contrasti: l’Etna, in particolare, sembra interpretare questo paradigma all’ennesima potenza. Fuor di misura nel paesaggio, sia nell’inferno attorno a Randazzo, ai piedi dello spaventoso vulcano prodigo di terremoti, piogge di fuoco e colate laviche, sia nella bellezza della baia di Taormina, a poca distanza dalla vetta, altrettanto foriera di ricchezza; fuor di misura nella capacità degli Etnei di convivere intimamente con un ambiente apparentemente ostile e difficile come la Muntagna, senza sentire l’esigenza di dominarlo, ma di partecipare empaticamente alla vita del vulcano, con rispetto, ostinazione e fiducia nelle inesauribili risorse di questo territorio realmente straordinario.

_Nino Farfaglia. Vendemmia anni Settanta a Tenuta di Fessina_

IL MUSMECI, ETNA DOC _ Cru di Nerello Mascalese

Il nostro cru di Nerello Mascalese è dedicato alla famiglia Musmeci. In particolar modo, al signor Musmeci, colui che per molti anni ha conservato “I’ Vigne di Fessina” con così tanto amore da permetterci di lavorare oggi viti di oltre ottant’ anni.  E’ la storia di questa terra straordinaria, con i suoi paesaggi, i suoi colori, la sua civiltà, che si intreccia al destino delle persone.  E a quello del vino che ne nasce.

IL MUSMECI è prodotto in Contrada Rovittello.

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“L’Etna bianco raccoglie e fonde, nel suo pallore e nel suo aroma, nella sua freschezza e nella sua vena nascosta di affumicato, le nevi perenni della vetta e il fuoco del vulcano”. 
(Mario Soldati, “Vino al vino”)

Tra i Bianchi dell’Etna presentati dall’enologo Pietro Di Giovanni, anche il nostro ERSE Bianco 2012, Carricante, Minnella e Catarratto. Il seminario si terrà  il prossimo 9 febbraio a Villa Di Bella, Viagrande (CT), dalle 10 alle 13. Organizzazione a cura di  Natalie Milano.

INFO: www.focuswine.it

_La magnifica foto dell’Etna è di Lillo Flamingo Beach_

ERSE, Etna DOC_Carricante (80%), Minnella e Catarratto (20%)

Sul mercato da settembre 2013

ERSE Etna Bianco DOC – Note di Silvia Maestrelli

L’Etna DOC Bianco ERSE è prodotto, tra la vetta dell’Etna e il mare, da Carricante degli alberelli centenari di Milo e Santa Maria di Licodìa. Con aggiunta di uve indigene etnee Minnella e Catarratto, è vinificato in acciaio  e rappresenta la nostra introduzione alle potenzialità di questo vitigno da sempre considerato “gregario di lusso” del Nerello Mascalese nell’uvaggio tradizionale dell’Etna DOC per le notevoli doti di freschezza e longevità.

“(…) Tra le novità di quest’anno c’è l‘Etna Bianco ERSE, un blend di Carricante e Catarratto coltivati a Santa Maria di Licodìa e Milo, dove si estendono vecchi vigneti tra i quaranta e cento anni. Etna DOC Bianco ERSE, Tipologia: Bianco DOC, Uve: Carricante (80%), Catarratto e Minnella 20%, gr: 13°, € 16, bott. 4.500, vendemmia tardiva, vinificazione in acciaio e maturazione nel medesimo per 9 mesi, 6 mesi in bottiglia, Carpaccio di pesce bianco con bacche di ginepro” (Guida ai migliori vini d’Italia 2014, BIBENDA, AIS).

“L’ERSE Bianco, ultimo nato, da Carricante e Catarratto, si caratterizza per note floreali e di piccoli frutti chiari” (Guida ViniBuoni d’Italia 2014, Touring Editore)

“Quest’anno l’ETNA ROSSO ERSE 2011 (12.000 bottiglie, 15 €) è anche nella versione ETNA BIANCO ERSE 2012 (Carricante, 6.000 bottiglie, 15 €). Entrambi vini puliti, immediati, specchio del territorio. Il primo esalta i profumi tipici del nerello, unendoli a una struttura agile ma con un tannino ben levigato; il secondo è caratterizzato da sobrietà olfattiva e grande piacevolezza gustativa” (Guida SLOW WINE 2014, Slow Food Editore).

“Silvia Maestrelli e Federico Curtaz hanno contribuito non poco al rinascimento della viticoltura etnea. Significativo il loro apporto nel far conoscere e apprezzare i vini di Santa Maria di Licodìa, sul versante sud occidentale del vulcano, zona tra le meno battute, dove nasce l’Etna DOC Bianco A’ Puddara. Nuove acquisizioni riguardano adesso Milo, sul versante orientale, dove il terroir è vocato per la coltivazione del carricante. Pertanto attualmente i vini aziendali sono prodotti su tre diversi versanti: a nord i rossi, a sud e a est i bianchi che si segnalano per la particolare eleganza e l’aderenza al territorio e alle caratteristiche varietali dei vitigni d’origine” (Guida ai vini d’Italia 2014, Gambero Rosso) . 

“ETNA BIANCO ERSE 2012_16/20 BT 6500 €14/17″ (Guida I vini d’Italia 2014, L’Espresso)

“(…) Ottimi vini di pregevole fattura, ma le nostre tasche in profonda crisi economica reclamano ossigeno e in nostro soccorso giunge l’ Etna Bianco Erse 2012. Anch’esso a prevalenza Carricante ma con contaminazioni autoctone di Minnella e Catarratto da vigne centenarie, affinato in acciaio per amplificare le doti di agilità e immediatezza. Riesce benissimo nell’intento grazie a un olfatto di bella espressività e mutevolezza coinvolgente: l’agrumato del cedro e del limone prende possesso della scena, poi le nuance esotiche del frutto della passione lasciano spazio all’ingresso trionfale delle bianche sensazioni della pesca e del melone invernale. Finito? E le sensazioni minerali? Ci sono, nettissime, con addirittura echi salmastri, accompagnati da sentori freschi, mentolati e infine vegetali di erba falciata. Al sorso c’è tutto quello che ci si aspetta da un vino così leggibile: succo ma anche nerbo acido a sostegno, grande componente fruttata, freschezza, facilità di beva e quella salinità che non abbandona il palato e invoglia il sorso successivo. Da iscrivere di diritto alla categoria dei vini pericolosi, poiché finisce talmente in fretta da far sembrare bucata la bottiglia. Per 15 euro circa in enoteca è un gran bel bere: abbinatelo a delle polpette di baccalà in salsa verde (AGRODOLCE, 16 01 2014, “Vini anticrisi: ERSE Bianco 2012 di Tenuta di Fessina”  di Alessio Pietrobattista)

ERSE, Etna DOC.

Our  centennial vineyards stretch across the sloping  fields of Milo and Santa Maria di Licodia, between Mt Etna top and the Ionian Sea.  From their bush-trained vines the Doc Etna Bianco ERSE is produced, blending Carricante with indigenous grape varieties such as Minnella and Catarratto.  ERSE, vinified in stainless steel tanks, is our interpretation of a variety which has been considered for a long time a “deluxe” minor wine grape, due to its remarkable characteristics of freshness and longevity. 

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Appena stappato, mentre l’Etna è in eruzione, l’ Etna DOC Bianco A’ Puddara 2012, Carricante in purezza.  Ancora pochi mesi affinamento in bottiglia,  sarà sul mercato ad aprile 2014.

Grazie ad Andrea Gori!

A’ Puddara Etna Bianco Tenuta di Fessina 2012 da uve in contrada Cavaliere, Santa Maria di Licodia un velo di legno stringe un poco il naso ma lo zolfo e la mineralità escono ad ogni giro del bicchiere insieme ad albicocca e note balsamiche. Bocca struggente e dolce con bei contrasti ritmati. Abbisogna di tempo, materia e sostanza non mancano, forse un poco di eleganza in meno del 2011 ma darà soddisfazioni comunque. 88+” (Andrea Gori)